Editrice Parnaso

Antonio Scisci

Donato Jaja [1839-1914]

 

A proposito di Bertrando Spaventa, scrisse una volta Eugenio Garin – uno degli storici che più ha contribuito al ripensamento critico della tradizione idealistica italiana – che Gentile «aveva costretto gli italiani a cibarsene». C’era naturalmente un pizzico di ironia: vuoi per la riluttanza della nostra cultura – ricorrentemente attraversata da mode di filosofie edificanti, stravaganti o retoriche – a nutrirsi di un pensatore rigoroso e difficile; vuoi per l’ostinazione con cui Gentile indicò in Spaventa e nel suo pensiero una via regia della filosofia italiana, incurante talora, e anzi sprezzante, verso le altre strade e gli altri itinerari. Ma, fuor d’ironia, Garin voleva sottolineare un fatto storiograficamente accertato: che cioè nel giro di pochi anni, tra la fine dell’Ottocento e il nuovo secolo, di una cultura come quella degli “hegeliani di Napoli” si erano smarriti il senso e persino le tracce materiali. Antonio Labriola – come Donato Jaja e tanti altri allievo di Spaventa e fra i «tanti e di diverso indirizzo», sottolineava Spaventa, usciti dalla sua “scuola” – rammentava a Gentile che quella scuola era la sola via per la quale l’Italia avrebbe potuto intellettualmente «riprendere il largo», mentre per uno strano destino i libri che aveva prodotto in un ventennio si trovavano ormai a ingiallire sulle «pancarelle» dei rigattieri.

La stessa battuta da Garin riferita a Spaventa, si potrebbe sussurrare per Donato Jaja. Poiché Gentile, scrivendo sulle “Origini della filosofia contemporanea in Italia”, e succedendogli sulla cattedra pisana, lo salvò da un precoce oblio, facendone uno degli anelli di un’”aurea catena” della filosofia italiana, che da Bruno, Vico, Gioberti e Spaventa conduceva al neoidealismo del Novecento e, in particolare, quasi direttamente, all’attualismo; e così facendo operò perché la cultura e la storiografia italiane dovessero loro malgrado, assumere qualcosa dal mite professore pugliese.

Donato Jaja era davvero ai margini dell’orizzonte filosofico a fine secolo. La sua maturazione era stata lenta, ritardata da un lungo apprendistato e da vicende personali sofferte, come la decisione di abbandonare l’abito ecclesiastico. Si era formato con Spaventa e con Francesco Fiorentino che l’avevano educato alla lettura di Hegel, Rosmini e Kant. Con la morte dei suoi maestri, tra il 1883 e il 1884, si trovò – nella crisi ormai vistosa dell’idealismo napoletano – in un penoso isolamento: e a poco gli sarebbe valso a evitarlo la conquista di una cattedra nel 1887, a Pisa, dove aveva insegnato lo stesso Fiorentino, e dove egli si trasferì a quarantotto anni e sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1914. A Pisa, città con tradizione di studi filosofici modesti, non entrò mai in sintonia col mondo accademico: vi scrisse nel 1893, riprendendo Sentire e pensare del 1886, la sua opera maggiore, la Ricerca speculativa, che però, a testimonianza delle sue crescenti difficoltà, fu anche il suo ultimo lavoro di rilievo e rimase interrotta al primo volume. Avrebbe passato gli ultimi anni in una solitaria e autonoma rimeditazione – di cui è traccia, farraginosa e ancora tutta da indagare, nel lascito manoscritto che si conserva a Roma presso la Fondazione Gentile – se non fosse intervenuto un episodio a mutarne le sorti e a riproporlo all’attenzione di un pubblico più vasto: e cioè le iniziative messe in atto dal più importante dei suoi allievi, Giovanni Gentile, che si laureò con lui a Pisa – dove era allievo della Scuola Normale – nel 1899.

Gentile, con una intensa attività letteraria ed editoriale, attraverso anche la collaborazione con Benedetto Croce, divenne nei primi anni del Novecento uno dei protagonisti della “rinascita dell’idealismo”. La “rinascita” coinvolse anche Jaja che intuì subito nel giovane e brillante allievo l’opportunità che si offriva alla cultura dell’idealismo napoletano di rientrare in circolazione. È vero che mentre a Gentile, il quale era ritornato agli hegeliani attraverso la frequentazione dei corsi di Jaja e il fascino della sua appassionata eloquenza, appariva con chiarezza la frattura storica tra il presente e quel recente passato, che solo la tenacia e la riflessione di uomini come Jaja aveva contribuito a coltivare, Jaja nutriva la convinzione di una continuità che non avrebbe tardato a emergere. A Gentile gli scriveva infatti, a proposito della preconizzata «rinascita» idealistica: «è naturale che tu vegga come ritorno, come immancabile ritorno o rinascita, quello che per me è continua e permanente e non interrotta dottrina».

Fu dunque attraverso la mediazione di Gentile che Jaja divenne in seguito un caso storiografico: poiché già dalla commemorazione che il filosofo siciliano gli dedicò nel 1914,  nelle citate “Origini della filosofia contemporanea in Italia” e in successivi interventi, egli pose il problema di come Jaja avesse conservato la tradizione dell’hegelismo napoletano, rielaborandola in direzione di una «nuova metafisica», che avrebbe dovuto sboccare infine – anche se a suo parere Jaja non ne fu fino in fondo consapevole, né perseguì del tutto coerentemente – nell’attualismo.

A partire dalla “riscoperta” gentiliana, la bibliografia su Jaja si è andata via via accumulando, anche se in misura minore rispetto a personaggi di derivazione spaventiana, e non solo – come è ovvio – a nomi di primaria importanza, come Francesco Fiorentino, Felice Tocco o Antonio Labriola, ma anche rispetto a figure “minori” come per esempio Sebastiano Maturi. Senonché, a mano che l’attenzione critica si è messa a fuoco, è andato apparendo sempre più chiaro, almeno ad interpreti più avveduti, come la riscoperta gentiliana di Jaja, avesse operato come un’arma a doppio taglio. E non solo, involontariamente, nel senso che il venir meno dell’egemonia idealistica dopo la seconda guerra mondiale – e l’esauririsi, lento, ma inesorabile – dell’attualismo, aveva trascinato con sé negativamente anche gli “autori” di Gentile; ma soprattutto nel senso che il modo di quella riscoperta e l’“annessione” per così dire, non priva di forzature, del pensiero di Jaja a “precursore” e incunabolo dell’attualismo, aveva finito per ridimensionarne e alterarne la fisionomia.

La storiografia del secondo Novecento che ha riconsiderato la vicenda dell’idealismo napoletano ha dovuto così porre il problema di uno Jaja “oltre” e persino “contro”, o comunque “altro” da quello disegnato da Gentile: ed è appunto questo oggi il problema interpretativo principale che si pone a chi si accinga a studiare la figura del filosofo di Conversano, sul quale, è bene ripeterlo, una compiuta monografia critica non è ancora stata scritta.

Jaja dunque “secondo Jaja”: secondo i suoi problemi, secondo la sua lettura della cultura contemporanea, secondo il modo in cui egli si sforzò di mantenere viva e riadattare la cultura in cui si era formato. Non si è lontani dal vero nell’affermare che i problemi di Jaja furono solo in parte quelli di Gentile: certo, l’insistenza sul “soggetto” e sul suo ruolo nella conoscenza, la torsione “kantiana” (ma non neocriticista) di Hegel, l’ “habitus” speculativo sono simili. Ma il problema principale di Jaja fu di mantenere vivo il confronto con il positivismo, ingaggiato già dall’ultimo Spaventa: e questo spiega la lettura che egli diede dell’hegelismo del maestro, come di «profezia» e «correzione» della scienza positivistica, del fatto che si rendesse ben conto di quanto il positivismo e le scienze empiriche avessero trasformato e rinnovato l’orizzonte filosofico e di come l’idealismo non potesse esimersi dal prenderle a oggetto, criticarli, ma con tutta la cautela e la considerazione dovute. C’è da dire che il pensiero di Jaja andò incontro a un appannamento, non per suo personale demerito, che anzi, è stato scritto autorevolmente, egli appartiene al novero delle poche voci «autenticamente filosofiche» del suo tempo, bensì per la repentina crisi del positivismo nelle forme canoniche, a fine secolo, che rese impraticabile anche la “sintesi” pensata da Jaja tra pensiero ed esperienza: crisi di cui egli non ebbe presenti tutte le implicazioni. Ebbene Gentile era già fuori di questo ordine di idee all’inizio del secolo, e perciò attinse a un Jaja altro da quello storico.

Ritrovare Jaja, quello autentico, nel contesto dei suoi problemi, è un compito storico ancora parzialmente non svolto. Qualche premessa, tuttavia è stata posta: e piace citare le voci che hanno contribuito al convegno di Conversano nel 2005 (Donato Jaja. 1839-1914, «Quaderni della fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”», I, n. 1, 2006), animato dalla passione di Antonio Scisci. Allo stesso Scisci si deve ora un contributo importante in questa direzione, che è appunto il presente volume: una biografia critica del pensatore di Conversano, riccamente esposta, che si avvale di carteggi, testimonianze e documenti di prima mano e che ne ripercorre con attenzione la figura di uomo e studioso. Un lavoro dal quale la ricerca su Jaja non potrà prescindere.

 

Alessandro Savorelli

 

Casella di testo: Filosofo idealista tra i grandi pensatori dell’Ottocento