Editrice Parnaso

Antonio Scisci

Medico volontario in Mozambico

Medico pugliese

volontario in Mozambico

 

È un libro che racconta, in prima persona, l’esperienza intrigante ma traumatica di Antonio Scisci pediatra in pensione già primario presso l’ospedale “F. Jaia” di Conversano. Egli si è recato in Mozambico come volontario prestando la sua opera presso l’ospedale regionale di Quelimane, capoluogo della provincia della Zambesia.

Una colonia del Portogallo

Quelimane è una città di 230 mila abitanti, che sorge alla confluenza del fiume Bons Sinais (Buoni Segnali), affluente del fiume Zambesi, con l’Oceano Indiano, da cui dista 35 km. Su questi luoghi il famoso navigatore portoghese Vasco Da Gama approdò nel 1497 la prima volta nel suo viaggio di circumnavigazione dell’Africa alla ricerca della via marittima più breve nella rotta verso le Indie. E da allora iniziò la penetrazione del Portogallo in questo continente, con la creazione del suo impero coloniale, crollato negli anni ‘70 del secolo scorso, sotto i colpi della lotta di liberazione dei popoli africani per affrancarsi dal pesante dominio europeo.

L’esperienza del pediatra in Mozambico, durata circa un mese e mezzo, è stata resa possibile per la collaborazione di padre Benito, responsabile delle missioni estere dei cappuccini a Bari, che ha organizzato il viaggio, predisponendo la permanenza presso le Missioni francescane di Maputo, la capitale dello Stato, e di qui a Quelimane. In questa città il medico avrebbe prestato l’opera di volontariato presso il reparto pediatrico dell’ospedale. Dopo circa quindici ore di volo sulla tratta Bari-Roma-Lisbona-Maputo, egli è sbarcato nella capitale mozambicana, ove è stato prelevato all’aeroporto da un giovane padre cappuccino, Domenico, di Sammichele di Bari, che lo ha portato alla missione di Maputo.

Uno spettacolo di degrado

Dopo un giorno di permanenza nella capitale, con un aereo delle linee interne, è arrivato a Quelimane, meta definitiva del viaggio, dove era ad attenderlo padre Antonio, un cappuccino originario della provincia di Matera, che l’ha condotto alla Casa-Convento del suo Ordine. E qui inizia l’avventura nell’inferno mozambicano, oggetto dello scritto che uscirà a breve, in cui  sarà descritta diffusamente e dettagliatamente nei suoi aspetti più significativi. Vediamone alcuni in questo breve saggio. Il Mozambico è una delle nazioni più povere della terra. Si assiste a scene di miseria e abbandono. Sono visibili le condizioni, a volte disumane in cui vivono gli abitanti, il degrado delle città e dei poveri villaggi popolati da gente che dimora in capanne di paglia e di fango per difendersi dal caldo e dall’umidità che raggiunge livelli insopportabili. Bambini abbandonati che vivono in strada e si arrangiano per vivere ma sono oggetto di ogni tipo di violenza e non di rado soppressi. Le discariche maleodoranti in cui si ammassano rifiuti di ogni genere sono affollate, a sciami, di vecchi donne e bambini che frugano in cerca di cibo e quanto può essere riutilizzato in forma di baratto. Una vergogna, di cui la comunità internazionale, e, particolarmente, l’Occidente, dovrebbe farsi carico, per le gravi responsabilità che i regimi coloniali hanno avuto nello sfruttamento dei popoli africani.

L’opera dei missionari in campo sanitario

Il dott. Scisci nell’ospedale di Quelimane, come egli riferisce, ha dovuto fare i conti con una realtà sanitaria allucinante. Il reparto è dotato di 44 posti letto e vi lavora un solo medico, Maria Joao, che, da autentica eroina, deve affrontare le infinite emergenze di soccorso, legate all’insorgere di patologie infantili, che, in Italia non sono di casa. Tubercolosi, AIDS neonatale, meningiti purulente in forma quasi epidemica, malnutrizione, malaria sono le malattie più diffuse. Nel reparto ostetrico nascono circa 1000 bambini l’anno. Molti di loro sono affetti da AIDS, trasmesso dalle madri, che qui raggiunge percentuali paurose (il 20% della popolazione è infetto). Frequenti sono i parti prematuri da mamme non di rado minorenni e nubili, che mettono al mondo neonati di basso peso (di 800-1500 gr). Avrebbero bisogno di essere trattati in unità di terapia intensiva ma vengono trasferiti nel reparto pediatrico, che non è dotato di incubatrice. Maia Joao li fa depositare su un fasciatoio, avvolti in coperte di lana con una fonte di calore, che funge da incubatrice. Giacciono in tali condizioni per qualche giorno e poi muoiono con inesorabile puntualità. Una vera e propria decimazione di esseri indifesi che con apparecchiature adeguate, avrebbero potuto sopravvivere.

Il pediatra, quando si è congedato dalla collega mozambicana ha promesso che, tornato in Italia, si sarebbe adoperato per raccogliere denaro onde acquistare due incubatrici da destinare all’ospedale. L’iniziativa è in corso di organizzazione e avrà il battesimo in occasione della presentazione del libro con la auspicabile presenza dell’attrice italiana Claudia Koll, anch’essa impegnata in attività di assistenza in Burundi e in Etiopia.

L’attività dei francescani nel sociale

Le missioni francescane che operano in Mozambico sono concentrate tutte nella provincia della Zambesia e gestite da frati provenienti da Bari e Trento. Esse si muovono in varie direzioni, dall’assistenza sanitaria all’educazione e alla preparazione e avviamento al lavoro dei giovani. La missione di Queliname ha fondato una scuola parificata, intitolata alla memoria di tre monaci, massacrati dai guerriglieri del Frelimo durante la lunga guerra civile nel 1989. Essa è frequentata da 1500 alunni dagli 11 ai 18 anni. Inoltre, recentemente, ha organizzato una cooperativa di ceramica, che occupa 150 operai, ed ha in programma la costituzione di una scuola di arti e mestieri, ove i giovani mozambicani possano apprendere le tecniche del lavoro artigianale. Un cappuccino della missione, padre Fortunato, ha organizzato nel distretto di Mopeia a 250 km da Quelimane, sul fiume Zambesi, una cooperativa agricola di 260 ettari, dove lavorano 12 famiglie, che coltivano riso e mais, prodotti di cui il Mozambico è ricco. Qui la terra è proprietà dello Stato, che la da in concessione per 90 anni. Ma solo il 5% è coltivato per la mancanza di capitali e la labile conoscenza delle tecniche agricole moderne: questo paese potrebbe dar da mangiare a tutto il mondo se fossero disponibili investimenti sufficienti per rendere produttivo un territorio che è più grande circa tre volte dell’Italia.

L’arrivederci

I frati, nel commiato, hanno invitato il dott. Antonio Scisci a tornare da loro invitandolo ad organizzare la costituzione di un gruppo di artigiani italiani, che venendo in Mozambico, potrebbero insegnare le tecniche del loro mestiere ai giovani, contribuendo in questo modo a formare i quadri necessari per una prospettiva di sviluppo dell’economia del paese. Il medico volontario ha promesso che si impegnerà in questo senso. Ha anche espresso il desiderio di ritornare. Il mal d’Africa, si sa, è contagioso.

Questa esperienza vissuta a diretto contatto con i padri cappuccini è la prova tangibile della grandezza e del profondo significato umano del messaggio di pace e di amore per il prossimo, che promana dall’insegnamento di San Francesco di Assisi e che i suoi seguaci praticano realmente.                                                                       

 

 Diario dell’autore nella cura dei bambini a Quelimane